Prima settimana di giugno

Intenzioni e celebrazioni particolari

I Sacramenti

Testimonianza di un medico che abita nella nostra comunità

I primi mesi del 2020 rimarranno dolorosamente nel cuore di ciascuno.
Indifferenza, incredulità, paura, impotenza e rabbia sono solo alcuni dei sentimenti che ho provato, come credo ognuno di voi.
Indifferenza quando il primo focolaio in Cina è comparso, tanto è lontano non ci toccherà mai.
Incredulità quando sono apparsi i primi casi a Codogno nel sud di Milano.
Paura quando il numero dei contagi cresceva in modo esponenziale.
Impotenza e rabbia quando il numero dei contagiati continuava a crescere e gli ospedali erano saturi di pazienti che arrivavano con sintomi più o meno gravi.

In pronto soccorso li vedevi affamati di aria, coscienti della loro situazione e noi pronti a dare un aiuto ma ahimè con pochi strumenti. Lo sapevamo che senza un respiratore quel paziente sarebbe peggiorato. Ed ecco la scelta difficile che ogni medico in prima linea era costretto a fare, scegliere quale paziente destinare al respiratore e quale no.

I mezzi mediatici ci hanno chiamati eroi (eroe è colui che, di propria iniziativa e libero da qualsiasi vincolo, compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune).

Ma permettetemi di dire che non c’è nulla di eroico nella decisione di quale paziente destinare al respiratore o nell’assistere persone che ci avrebbero lasciato o vedere salme accatastate in attesa di una sepoltura sbrigativa per il rischio del contagio.

In questi tre mesi ho vissuto una realtà durissima, faccia a faccia con la morte, uno scontro quotidiano che mi ha reso consapevole di quanto fosse dimenticata questa realtà: la morte!

Nell’ospedale in cui lavoro in meno di un mese più di 200 persone se ne sono andate.
Poi qualcosa è cambiato. La voglia di aiutare, di far sentire meno solo il paziente, l’impossibilità di concedere la condivisione dei momenti più decisivi con i loro familiari, la spontanea dedizione di tutto il personale nel considerare ciascuno di loro una persona cara, le scelte dei medici in risposta anche ad una etica morale mi hanno permesso di trasformare il senso di impotenza e di timore in una grande e sconosciuta forza. Nonostante le distanze obbligate i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario si è “stretto” per un sostegno vicendevole. Non sono mancati i momenti di fatica, sconforto e nervosismo, ma su tutto ha sempre prevalso il desiderio di prendersi cura delle persone.

Nonostante le mascherine abbiamo sorriso ed abbracciato con gli occhi ogni paziente, dando il permesso alle nostre lacrime di uscire solo quando nessuno vedeva. Abbiamo accarezzato e detto parole di conforto ad ogni paziente nonostante i guanti multistrato e le maschere che rendevano anonimi ciascuno di noi nella speranza di farli sentire meno soli.

Pensavo che il passato fosse ignoranza, che il presente fosse ricerca e che il futuro fosse progresso…. Ora mi sono convinto che è la vita ad essere un tutt’uno, è lei l’insegnante che fa sentire la sua voce anche attraverso quell’ultimo respiro di un paziente di ogni età, è lei che parla con gli occhi.

Ho imparato a leggere lo sguardo di chi mi affida l’ultimo messaggio per la famiglia che lascia e che in ogni caso mi ringrazia, riconoscente, nonostante tutto.

Ma voglio anche sentirmi fiero per tutte le persone con cui ho lavorato, per i pazienti che sono guariti e che sono tornati nelle loro famiglie. Peccato non aver visto i loro sorrisi, le mascherine sono state un sipario inesorabile. Ma nel loro sguardo appariva quella parola semplice, spesso poco usata che non richiede neanche una risposta: GRAZIE, e io timidamente confido che spesso ho avuto gli occhi umidi di gioia.

La collaborazione di tutti all’interno della struttura è stata una testimonianza della volontà di condividere ogni sforzo per offrire a ciascuno il meglio di sé.

Non saremo più gli stessi anche quando tutto sarà finito … ma non dimenticheremo nessuno.

Alessandro Colombo
Dirigente Medico
S.C. di Neurologia-Ospedale Vizzolo Predabissi

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